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Il re del cinema erotico italiano sposa la sua musa, Caterina Varzi, conosciuta nel 2009, l'anno prima dell'ictus che gli ha fatto perdere la memoria

Redazione
23 luglio 2017 12:28
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Sprichwörter Tinto Brass e Caterina Varzi
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Insieme a  Caterinza Varzi  da quasi 10 anni  Tinto Brass  ha deciso di sposarla. Una scelta d'amore, ma anche per il suo futuro, come ha spiegato il maestro del cinema erotico italiano al  Corriere della Sera : "Quando io non sarò più in grado di badare a me stesso, Caterina  sceglierà per me la cosa giusta . Le consegno le chiavi della mia vita, sicuro che lei la girerà al momento giusto".

Sì,  eutanasia , non la esclude Tinto Brass,  84 anni , che nel 2010, un anno dopo aver conosciuto la sua Caterina, è stato colpito da un ictus che gli ha fatto perdere la memoria. "Voglio essere  libero  di decidere  come morire , prima di perdere la dignità - ha spiegato - Abbiamo un patto molto forte che vogliamo suggellare nel matrimonio. Se mi venissi a trovare in una  condizione grave  e irreversibile è giusto staccare la spina. E lei potrà decidere il nostro  ultimo viaggio insieme ". 

Il matrimonio verrà celebrato il  3 agosto , a casa del regista: "Quattro testimoni e noi, una cosa  intima . Sarà la felice conclusione della mia esistenza". E se qualcuno crede che dietro ci siano interessi economici, Tinto Brass frena: "Al contrario di quello che qualcuno pensa,  lei non avrà ricchezze  per il semplice fatto che non ho proprietà. La cosa più preziosa è il mio archivio, che è importante per il mio lavoro". 

"A me poco importa che la situazione di Roma venga classificata come mafia o meno. Da cittadino romano e amante della mia città mi interessa che questa sentenza dimostri quanto Roma e la sua macchina amministrativa siano fragilissime e permeabili alla criminalità". Lo afferma al  Corriere della Sera , Alfonso Sabella, ex magistrato del pool antimafia a Palermo con Giancarlo Caselli, ed ex assessore alla Legalità nel 2014, nominato dall'allora sindaco di Roma Ignazio Marino.

"Roma - spiega Sabella - non è una città mafiosa: è molto di più, molto più corrotta della mafia. I giudici hanno dimostrato che Roma Capitale era in mezzo a un profondo sistema di corruzione. Questa sentenza è una sconfitta per la città, comunque, anche se non c'è più la parola mafia".

Secondo Sabella, "l'impianto accusatorio ha retto fino in fondo: c'è un piano associativo che ha infiltrato la macchina amministrativa di Roma. Ma poi se leggiamo il 416 bis, l'articolo del Codice penale sull'associazione di tipo mafioso, non c'è scritto che debba esserci il controllo del territorio... Ricordiamoci che la mafia c'è dal 1800 ma è stata riconosciuta come tale solo nel 1982 con la prima sentenza su Cosa nostra".

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. Un'arteria che specie in questi giorni è molto trafficata per il ricambio di turisti che raggiungono le spiagge.

Verso le 20, per cause al vaglio dei carabinieri, si sono scontrate una moto e un'automobile. Ad avere la peggio è stato con ogni probabilità il centauro. Una persone è stata infatti soccorsa dai sanitari del 118 e trasportata in ospedale, pare all'Angelo di Mestre. Avrebbe raggiunto il pronto soccorso in codice rosso, ma solo i successivi accertamenti potranno far luce sull'effettivo quadro sanitario del ferito. 

Buzzi e Carminati restano in carcere anche per «i collegamenti con la politica»
Intanto sono state depositate le motivazioni con cui il Tribunale ha stabilito di lasciare in carcere i due elementi di spicco delle associazioni per delinquere individuate dalla X sezione penale. Negli atti si legge che per loro «deve essere mantenuta la misura detentiva in considerazione: del ruolo apicale di Carminati, Buzzi e Riccardo Brugia (braccio destro del primo - ndr) e del conseguente spiccato pericolo di reiterazione di reati della stessa indole, per Carminati e Brugia anche mediante violenza alla persona, pericolo desumibile dai reati accertati nella presente sede», nonché «dalla fitta rete di collegamenti conseguenti all'attività pubblica, anche politica» svolta da altri soggetti coinvolti nel procedimento.

Il ricorso della Procura  
I pm, coordinati dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, vogliono capire in primo luogo come il tribunale motiverà la decisione di non applicare il 416 bis alla luce anche delle pronunce, in particolare della Corte di Cassazione, che avevano confermato l’impianto accusatorio. «Leggeremo con attenzione le motivazioni - ha commentato il procuratore aggiunto Paolo Ielo - per poi valutare l’eventuale ricorso in Appello».

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